Autore: wp_9778528

Forte Sperone

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Sulla cima del monte Peralto possiamo ammirare le possenti strutture del Forte Sperone, raggiungibile con una repentina svolta a destra della rotabile, quasi in vetta al colle. Per la sua posizione predominante, era una delle più importanti fortificazioni della Piazza di Genova. Essa è localizzata nel punto d’unione dei due rami delle Mura Nuove. Questo “punto” d’incontro, situato proprio sulla vetta della collina, origina una particolare forma di bastione, dalla quale deriva il nome del Forte attuale, il quale sfrutta, in buona parte del perimetro, le murature seicentesche. Le prime notizie riguardanti una fortificazione ghibellina al Peralto, chiamata Bastia, risalgono al 1319. Mentre i guelfi, nella zona attualmente occupata dal complesso del Castellaccio, realizzavano, come già visto, una primitiva fortificazione, i ghibellini, nei pressi della cima del Peralto, “fecero una fortezza prima di legname e poi di pietre e di calcina, la qual fu domandata Bastia”. La posizione di quell’antica fortezza non è ben chiara; secondo alcune fonti, questa non era stata realizzata sulla vetta della collina, ma ad una quota inferiore. Un altro cenno riguardante l’antica fortezza, riguarda la somma di 7.400 lire stanziata dal Senato nel 1530, per una nuova Bastia al Peralto.

Un’ottocentesca raffigurazione grafica dell’antica fortificazione, pare derivata dalla riproduzione di un antico documento d’Archivio fino ad oggi non ancora rintracciato, rimanda a quella dell’odierno Forte. Secondo altre fonti, edificando le Mura Nuove, si assorbirono in esse le strutture della vecchia rocca.

Nel XVII secolo, dell’attuale Forte Sperone non esisteva nulla, ma era plausibilmente presente un posto di guardia. L ’area era cinta da 3 bastioni delle Nuove Mura. Solo a metà settecento, si cominciarono importanti lavori, che trasformeranno la “punta” delle Mura Nuove in un Forte autonomo. Durante l’assedio austriaco del 1747, si dispose l’erezione di un Cavaliere sul bastione nord, opera realizzata in gabbioni e che sarebbe venuta a trovarsi più alta rispetto le mura, aumentando così la potenza di fuoco del bastione stesso. Nel settembre dello stesso anno furono intrapresi i lavori per l’edificazione di un quartiere con tetto a falde e di una rampa in muratura per accedere al cavaliere.

Nel 1788, le strutture comprendevano un quartiere su due piani, provvisto di cisterna, sistemato parallelo al cavaliere, oltre a due altri piccoli quartieri sul bastione di levante. Verso la fine del settecento la caserma fu ampliata con l’inserimento di due corpi con tetto a falde, perpendicolari ad essa. Con l’inizio del XIX secolo, iniziarono quei grandi lavori che trasformeranno lentamente le “deboli” strutture settecentesche, in opere massicce e robuste. Il Forte, nel giro di 15 anni, assumerà l’aspetto che ancora oggi possiamo ammirare.

Nel Forte Begato erano destinati forni, vestiari, ospedali, il Commissariato di Guerra, munizioni, mentre altro munizionamento poteva essere collocato nelle casematte del Castellaccio, oltre all’approvvigionamento necessario dei pezzi d’Artiglieria, obici, mortai, bombe, affusti di ricambio, palle da cannone

Forte Sperone si articola su tre distinti livelli, collocati ad altitudini diverse. Nel primo, in cui si apre l’accesso principale, vi sono magazzini, cisterne e cucine; nel secondo (parallelo al primo) erano disposti uffici, camere dei graduati, cisterne e cucine; nel terzo, ricavato modificando la caserma settecentesca, si trovavano gli alloggiamenti della truppa. Qui possiamo ancora vedere i resti di una cappelletta, le cui colonnine in marmo sono state di recente distrutte da atti vandalici.

Nell’autunno del 1958, parte di esso è stato concesso in uso alla Guardia di Finanza, che vi realizzò una casermetta per i servizi della guarnigione. Abbandonato dall’autorità militare nel 1981, è stato successivamente preso in consegna dal Comune di Genova, grazie al quale è stato possibile visitarne le strutture; inoltre, al suo interno si svolgono diverse manifestazioni estive.

Visitando l’interno, è possibile vedere i resti del forno, una cisterna non più utilizzata, i lavatoi. L ’altare della cappella è stato distrutto dopo l’abbandono della Finanza. La visita alle sue strutture è possibile, su prenotazione, grazie alla Cooperativa Dafne www.dafnet.it.

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Le Cinque Terre

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Il paesaggio delle Cinque Terre, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, è inconfondibile per la notevole estensione dei terrazzamenti o “fasce”, costruiti a partire dal XII secolo, e per i cinque borghi che si annidano sulla linea tra la Punta del Mesco a Ovest e il capo di Montenero a Est. I muri a secco sono stati costruiti con massi di arenaria sapientemente sovrapposti e contengono il terreno delle piane soprastanti dove si coltivano viti e, in minor misura, olivi. Le diverse “fasce” sono collegate da lunghissime e talora ripidissime scalinate o brevi scalette, sempre rigorosamente in pietra. La fatica immane sostenuta dall’uomo appare in tutta evidenza quando i muri sovrastano direttamente il mare e si spingono a picco fin quasi sugli scogli. Si tratta di un vero monumento che raggiunge, sviluppi lineari dei muri, addirittura i 2.000 km! Un monumento fragile però, perchè insidiato dai movimenti franosi che accelerano la loro opera distruttrice a seguito dell’abbandono delle coltivazioni. In estate il verde brillante dei vigneti prevale o si alterna col bruno chiaro dell’arenaria dei muretti, in autunno il paesaggio si carica di grappoli d’oro e del rosso delle foglie pronte a cadere, in inverno le viti spoglie evidenziano la semplice, ma sapiente architettura dei terrazzamenti. Monterosso al Mare, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore sono i cinque borghi, ognuno di essi è diverso e al tempo stesso uguale agli altri. Le peculiarità di questo tratto della Riviera sono valorizzate dal Parco Nazionale delle Cinque Terre recentemente istituito, ma il turismo che è diventato la prima risorsa economica, se non orientato correttamente, potrebbe contribuire al degrado di un paesaggio quasi unico.

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Santa Brigida

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La parte a monte della zona di Santa Brigida è sconosciuta alla maggior parte dei genovesi che raramente decidono di abbandonare la retta via Balbi per inerpicarsi verso le colline. E non sanno cosa perdono. Perché l’antico archivolto dedicato alla Santa introduce in un dedalo di vicoli carichi di storia e misteri. È uno spazio cui si è dedicato con tanto amore, in tempi recenti, lo storico dell’arte Roberto Balestrino che ha scritto:“Una serie di antiche creuze che si ramificano, si intersecano, si ricollegano fino a confluire nelle arterie più frequentate che costituiscono i limiti stessi della zona in questione: via Balbi, in basso, e corso Dogali, in alto. L’aspetto attuale è il risultato dell’attività edilizia che s’era sviluppata nel corso dell’Ottocento, quando si definirono anche le creuze di salita Famagosta, salita Balaclava, salita Montebello, via Montegalletto, nate tutte da un unico e articolato sentiero che un tempo aveva un nome solo: Santa Brigida”. Dalla turbolenta collina di Sarzano, teatro di scontri tra fazioni rivali, un gruppo di monache agostiniane arrivò in questa zona e acquistò il terreno che serviva loro per costruirvi la chiesa. Era il 24 di marzo del 1403, quando l’arcivescovo di Genova, Pileo de Marinis, benedisse e pose la prima pietra del monastero di Santa Brigida. Questo nuovo complesso aveva una particolarità davvero innovativa: prevedeva che vi dovessero operare insieme, ma tenuti ben separati, sia frati che monache, entrambi di clausura. E poiché dovevano muoversi negli spazi del monastero senza incontrarsi e senza essere visti dall’esterno, furono creati dei passaggi labirintici che diverranno le future creuze, oggi percorribili da tutti in questa magnifica parte della città. Scrive ancora Balestrino: “Dovevano trascorrere due secoli prima che l’apertura di via Balbi separasse questo enorme complesso monastico dalla via Prè, sempre affollata e congestionata dal traffico di allora, fatto di persone, animali da soma e carriaggi più o meno ingombranti, dal carretto a mano, alla seggetta in cui le signore si facevano trasportare, sino ai carri trainati da muli, stracarichi di merce e di materiali”. Non solo: nel 1600 intervenne il papa in persona per far cessare il grave scandalo del monastero misto e, nel 1606, le suore brigidine dovettero mandare via, a malincuore, i poveri fraticelli. Le monache, rimaste sole in uno spazio tanto grande trattarono con la famiglia Balbi la cessione del terreno necessario alla realizzazione della loro strada gentilizia. Ma tempi ancora peggiori dovevano arrivare. Anche Genova fu investita dal vento della Rivoluzione francese. Alla fine del secolo XVIII, vennero soppressi molti ordini religiosi e confiscate le loro proprietà. Il convento di Santa Brigida si svuotò per lasciare spazio alle speculazioni edilizie della nascente borghesia imprenditoriale. La grande e magnifica chiesa divenne dapprima l’officina di un fabbro, poi una filanda. I grandi spazi dei dormitori sono stati trasformati nel tempo in case d’abitazione privata. Dove era la grande chiesa delle brigidine, ora sorgono tre edifici noti nella zona come “palazzi Dufour”, dal cognome del loro proprietario ottocentesco. Di essa rimane ben poco: una colonna, una finestra, un muro, la traccia di un affresco sotto un arcata, disperso nel dedalo della nuove creuze.
Santa Brigida (1303-1373), cui è stato dedicato un quartiere così importante e bello di Genova, apparteneva alla famiglia reale svedese. Sposa giovanissima era madre di ben otto figli. Nel 1341, andò in pellegrinaggio a Santiago di Compostela insieme al marito. Tre anni dopo rimase vedova, divise i suoi beni tra i figli e tenne per se soltanto i soldi necessari ad affrontare il pellegrinaggio verso Roma. È durante questa spedizione, fatta a piedi o a dorso di mulo, che Brigida arrivò a Genova. Venne ospitata presso l’abbazia di San Gerolamo di Quarto, ove si conserva ancora il Crocifisso davanti al quale si raccolse in preghiera.

Pare che, a Genova, Brigida abbia fatto una profezia poco rassicurante. Guardando la città dall’alto delle colline, avrebbe detto che di quello splendore ben presto sarebbero rimaste solo le rovine. Una profezia che di certo s’è avverata per quanto riguarda la sua chiesa genovese. Brigida fu proclamata Santa nel 1371, otto anni appena dopo la sua morte e divenne subito patrona di Svezia. Giovanni Paolo II l’ha proclamata compatrona d’Europa insieme a Santa Caterina da Siena e a Santa Teresa Benedetta della Croce.

Categories: Santa Brigida

Monterosso Il Gigante o Nettuno

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Il Gigante o Nettuno.

Al termine della spiaggia di Fegina presso il porticciolo, sono i resti di una singolare scultura alta 14 metri per 1700 quintali di peso, realizzata in cemento armato da Arrigo Minerbi e dall’ingegnere Levacher nel 1910. Originariamente raffigurava Nettuno, il dio del Mare e la sua enorme conchiglia fu utilizzata come pista da ballo. I bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero la splendida villa della famiglia Pàstine a cui apparteneva la grande terrazza a conchiglia; poi l’opera demolitoria fu quasi completata dalla mareggiata del 1966 che minò la stabilità della statua. Essa fu in parte restaurata ma non completamente ricostruita.

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Da Levanto a Bonassola in mountain bike

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Lunghezza: 4,8 Km

Tempo: 30’

Difficoltà: facile

Dal lungomare di Levanto, a fianco del campo sportivo, prima della vecchia galleria ferroviaria, si sale sulla destra nella valletta del Rio Rossola; si svolta subito in ripida salita sulla sinistra e con diversi tornanti, passando per Case Lagore, si giunge poco sotto la strada provinciale. Due tornanti prima della provinciale si svolta a sinistra su una mulattiera (in parte scalinata); dopo 250 m, attraversato il Rio della Guardia, si riprende lo sterrato che porta a Case Scernio sulla provinciale. Attraversato l’asfalto, si riprende l’antica mulattiera lastricata che oltrepassato il torrente Rossola, giunge in prossimità di un tornante sulla strada di collegamento tra Framura e Bonassola dove scendiamo a sinistra sino alla stazione di Bonassola

foto Castello di Levanto

Storie di mare – Cervo Ligure

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Un’altra storia interessante riguarda i corallini di Cervo Ligure, splendido paesino arroccato sul mare nella riviera di ponente , verso Imperia. Gli abitanti di Cervo Ligure divennero esperti nell’arte della marineria sin dal XII secolo grazie all’intervento di Genova, che li utilizzava per la propria flotta. Diventarono ben presto autonomi, tanto che armarono grosse barche, utilizzate per vari scopi tra i quali la pesca del corallo. Queste barche erano fregate con vela latina, e normalmente erano chiamate “Coralline”, appunto per l’uso al quale erano adibite. Erano robuste e veloci imbarcazioni, capaci di ospitare nove marinai.

Tutto il paese aveva deciso di offrire il proprio contributo per la costruzione di una chiesetta per proteggere e difendere i suoi figli da ogni pericolo proveniente dal mare. Così si approntò un’eccezionale flottiglia di “coralline”, per poter pescare tanto corallo nel mare della Sardegna, al fine di venderlo e trovare il danaro necessario alla costruzione. La flottiglia delle Coralline cervesi si schierò sul mare di buon mattino di primavera, davanti al tempietto di S. Erasmo, da dove il parroco le benedisse. Le vele scomparvero presto all’orizzonte, e di loro non si seppe più nulla. Passò un anno, e dal balzo del bastione tutti i giorni le mogli dei“ corallini” con i bambini in braccio, scrutavano a turno l’orizzonte, aspettando con impazienza l’apparire di una vela. L’attesa purtroppo fu vana. Il mare di Sardegna, nei pressi dell’isolotto di Mezzomare, oltre le bocche di Bonifacio, era divenuto la tomba dei marinai partiti in cerca di fortuna, inghiottiti da una tempesta. Si è approssimativamente identificato il presunto luogo del triste evento, che è stato definito il Banco delle Vedove, proprio in memoria di questo fatto.

Il Castello della Pietra

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Tornati ad Isola del Cantone si prosegue ora sulla strada per Vobbia: superata la località Vobbietta dopo circa due chilometri, sulla sinistra parte un sentiero che si inerpica nel bosco e conduce in mezz’ora di cammino al castello della Pietra. Il percorso si svolge per la prima parte in un bosco fitto di vegetazione che esclude la vista del castello, ma quando gli alberi si diradano ecco apparire la singolare figura del maniero arroccato tra due enormi speroni di roccia, dando l’impressione che la pietra ed il castello siano un tutt’uno. Il paesaggio circostante, affascinante e suggestivo, ma anche selvaggio e impervio, denota quanto l’edificio fosse inespugnabile e sicuro. La costruzione risale all’XI secolo, quando l’intera zona era sotto il dominio dei Vescovi di Tortona; nel XIV secolo il castello passò agli Spinola, che ottennero dall’imperatore Enrico VII i feudi delle valli Vobbia, Scrivia e Borbera. Passò poi alla famiglia Adorno. Nell’ottobre 1797, a seguito del trattato di Campoformio, i feudi imperiali confluirono nella neonata Repubblica Ligure Democratica. Il castello della Pietra, disarmato dei suoi cannoni di bronzo, fu dato alle fiamme dalle truppe francesi in ritirata. Era ormai ridotto a rudere quando nei primi anni Ottanta del secolo scorso, grazie all’interessamento del “Centro di studi storici per l’Alta Valle Scrivia” e allo stanziamento dei fondi della Provincia di Genova, subì un radicale restauro che lo riportò all’antico splendore. Oggi è aperto al pubblico e visitabile. La costruzione si sviluppa su due corpi sovrapposti stretti alla sommità fra i due spuntoni di roccia che si elevano per circa duecento metri dal fondovalle: l’ingresso è situato nella parte bassa, dove erano situati i magazzini; nella parte superiore, raggiungibile con una moderna scala inserita nello spazio interno, vi è un grande salone, privato purtroppo dell’originale soffitto a volta che è andato quasi completamente perduto a causa degli incendi e dei crolli. Si sono salvati uno dei capitelli che lo abbellivano e alcune mensole in pietra e mattoni. Sul lato destro del salone si aprono gli accessi al torrione orientale, mentre dalla sinistra si raggiunge il camminamento di ronda. Appena oltrepassata la porta in direzione del camminamento, è visibile sulla sinistra una delle cisterne che raccoglieva l’acqua, indispensabile per garantire l’autonomia della fortezza in caso di assedio. Di particolare interesse sono i camminamenti di ronda, i posti di osservazione e le numerose feritoie che tenevano sotto tiro ogni possibile bersaglio sui dirupati fianchi rocciosi. Un secondo tratto di camminamento porta ai resti del suggestivo posto di guardia, collocato sul torrione roccioso più alto, a completo dominio dell’ambiente circostante.

I sentieri di Monterosso

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Questa breve passeggiata ripercorre uno dei più tradizionali pellegrinaggi delle Cinque Terre e un tratto dei più antichi collegamenti tra la costa e la Val di Vara. Usciti dalla stazione di Monterosso ci si dirige a sinistra sul lungomare fino al borgo vecchio e, imboccata via Roma, si giunge a un piazzale, da dove un sentiero risale tra piccole case e orti. Dopo un boschetto di lecci si incontra una grade croce di ferro e la strada provinciale; attraversatala, si riprende dapprima su una scalinata e poi su un comodo sentiero con tratti lastricati immerso nel bosco. Non mancano punti panoramici : inquadrature di Monterosso e i ruderi del castello. Poco dopo si giunge al santuario col suo ampio piazzale circondato da lecci secolari e una magnifica vista sul promontorio del Mesco.

(tempo di percorrenza 1h e 15′ – difficoltà lieve)

Portovenere

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Porto Venere è patrimonio dell’Umanità dichiarato dall’UNESCO. Questo borgo marinaro di origine romana era sulle rotte nautiche delle triremi dirette in Gallia e nella penisola iberica. Il suo centro storico ha una configurazione unica in tutta la Liguria le case a “torre” si allineano secondo rigide regole in un’unica palazzata disposta linearmente lungo una via (ora via Capellini) che segue una curva intermedia tra la calata sul mare e il castello…

Categories: Portovenere

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