Categoria: Itinerari

Forte Castellaccio

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Nella prima metà del ‘700, le fortificazioni di Genova comprendevano solo alcune Batterie costiere disposte fra la foce del torrente Bisagno e la Lanterna, il Castellaccio presso il monte Peralto, due cinte murarie ed alcune Batterie, disposte su alcuni bastioni lungo il percorso collinare.

Una bella immagine di fine ottocento: il Forte Castellaccio, con le Mura che salgono fino al Forte Sperone.

Categories: Forte Castellaccio

Mura di San Benigno

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La massiccia mole del promontorio di San Benigno, terminava direttamente con la Torre del Faro, a picco sul mare, e sbarrava il passo a chi, dai sobborghi occidentali, era diretto a Genova. Realizzando la cinta seicentesca, la Lanterna restò isolata dal resto del colle, in quanto si scavò, ai suoi piedi, la nuova strada di accesso alla città. Via San Bartolomeo del Fossato costeggia, nella sua parte alta, il tracciato delle Mura degli Angeli; quando inizia la discesa verso via Cantore, queste, all’improvviso, spariscono, nel vero senso della parola, per lasciare spazio ad un “vuoto”, ricavato dalla demolizione del massiccio promontorio di San Benigno.

La foto molto rara, scattata alla fine dell’ottocento, raffigura le Mura di San Benigno sul mare. Sulla sinistra, si nota l’ottocentesca Porta Lanterna e parte delle Caserme San Benigno.

Categories: I Forti di Genova

Da Portovenere a Campiglia

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Da Piazza Bastreri si sale ripidamente costeggiando le mura del Castello Doria. Il percorso permette di volgere lo sguardo sia sulla chiesetta di San Pietro e sull’Isola Palmaria sia sul golfo spezzino. Il sentiero si inerpica raggiungendo Cava Canese, se si segue il sentiero principale occorre svoltare a destra, sui pendii rivolti verso il Golfo della Spezia fino alla strada asfaltata del Muzzerone e scendere per questa fino a Sella Derbi.

Da Sella Derbi il sentiero ricalca l’antica via provinciale (….) giunti su un tornante della strada asfaltata La Spezia Campiglia, si prosegue attraverso una pineta da dove, sulla sinistra si stacca il sentiero 11a diretto verso il mare in fondo alla Valle di Albana.

Oltrepassate alcune case, un sentierino sulla sinistra merita una breve deviazione per raggiungere un’ottima posizione panoramica sulla costa dal Tinetto allo scoglio Ferale di fronte a Schiara. Sul sentiero principale incontriamo la torre in pietra di un vecchio mulino a vento e la chiesa di S.Caterina e giungiamo infine sulla piazzetta di Campiglia

Ceriana

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Il borgo si dispiega in una visione di case, vertiginosamente emergenti a picco sulle anse del torrente, di stradine buie, archivolti che improvvisamente si aprono sulla valle, con chiese e oratori che sembrano appoggiati sul terreno in equilibrio precario, ma paiono generate dalla roccia stessa. Ceriana è di probabile origine romana, come farebbe pensare il nome ascrivibile alla famiglia dei Celii, e nel medioevo, con il suo castello dominò le vie di transito lungo la valle e si distinse per la strenua lotta contro il dominio genovese cui dovette però soccombere. Dapprima dominio dei Conti di Ventimiglia passò sotto quello dell’arcivescovo di Genova seguendo quindi la storia di Sanremo. Il centro storico si presenta compatto intorno alla grande mole della chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo edificata tra il 1768 e il 1774 su progetto di Domenico Belmonte. L’edificio contiene al suo interno pregevoli opere d’arte tra le quali alcune di mano di Maurizio Carrega, di Bernardo Castello, di Giuseppe Badaracco e di Battista Gastaldi, senza trascurare il tardo quattrocentesco polittico di San Pietro, la pala di Santa Caterina di Francesco Brea (1544) e l’antico crocifisso processionale. Il nucleo più antico si stende sulla collina del castello dove è ubicata la parte più antica intorno alla chiesa di Sant’Andrea, di chiara matrice medievale e sede della confraternita dei Neri, che si vuole edificato sul sito di un tempio pagano e caratterizzato dall’arcaico campanile. Suggestive stradine portano all’oratorio della Visitazione, detto anche Madonna della Pena, edificio in vertiginoso equilibrio su un portico, che contiene all’interno, tra le altre opere d’arte, un ciclo di affreschi dipinti da Maurizio Carrega nell’ultimo decennio del Settecento, e che è tenuto dalla confraternita degli Azzurri. La strada che passa nel portico sottostante porta nella parte bassa del villaggio dove si trova il complesso monumentale di Santo Spirito, uno tra i più importanti edifici medievali del Ponente ligure e antica parrocchiale di Ceriana, dove sono visibili brani di affreschi del XV e XVI secolo, inserita in uno scenario di grande suggestione emotiva. Sul fianco sorge l’oratorio di Santa Caterina, sede della confraternita dei Rossi, che presenta un’armoniosa facciata barocca costruita intorno al 1735 ad opera di Giacomo Filippo Marvaldi. Risalendo le scalinate e passando sotto il portico del monumentale palazzo Roverizio (sec. XVII-XVIII) si giunge alla chiesa di Santa Marta, dove ha sede la confraternita dei Verdi, un edificio di aspetto semplice e severo che contiene varie opere d’arte tra cui due tele di Maurizio Carrega. Ceriana ha altri motivi di grande interesse come la vivissima tradizione delle confraternite, ben quattro, che mantengono vitali i riti della Settimana Santa che richiamano moltitudini di fedeli e turisti, nonché quelle delle compagnie dei cori che tramandano in maniera superlativa i canti tradizionali legati ai cicli della natura e alle vicende umane della vita del paese.

Tra le golosità gastronomiche si segnala la salsiccia di Ceriana, ottimamente lavorata secondo metodi tradizionali, gelosamente custoditi dai macellai del paese.   

Categories: Itinerari

Bussana vecchia

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L’antico paese sorgeva più a nord su uno sperone a picco sul torrente Armea a dominio delle vie che dal mare risalivano la valle mentre la zona risulta frequentata già in età preistorica, con un castellaro abitato dagli antichi Liguri, ubicato sul vicino Monte Colma. In epoca romana ebbe la funzione di luogo di controllo sulla via Julia Augusta mentre in età imperiale si affermerà soprattutto come località di sfruttamento agricolo, come dimostra la villa suburbana i cui resti sono ubicati nei pressi della spiaggia sotto il paese nuovo. Nel Medioevo fu dapprima dominio dei Conti di Ventimiglia per passare, a partire dal 1259-60, a far parte della Repubblica di Genova, seguendone le sorti. Il 23 febbraio 1887 un tremendo terremoto colpì la Riviera di Ponente seminando morte e distruzione: l’antico castello dei Conti di Ventimiglia e la sontuosa chiesa barocca, insieme a gran parte del borgo, andarono distrutti, causando numerose vittime tra la popolazione e lasciando sul terreno solo un cumulo di macerie. Nel secondo dopoguerra l’antico borgo terremotato è risorto a nuova vita grazie alla tenacia di una comunità internazionale di artisti, divenendo un’attrazione turistica con le sue botteghe e i sui atelier d’arte. Percorrendo le sue stradine, tra archivolti e crocicchi che convergono sulla chiesa barocca dalla passata magnificenza, tutta stucchi e nicchie, si coglie tutta la sua suggestione della sua tragedia.

All’ingresso della valle è posto il centro di Bussana nuova, riedificata dopo il 1887, secondo una planimetria che avrebbe dovuto riprendere quella dei borghi liguri, ma che in realtà ha sortito un effetto gradevole ma pur sempre anonimo. Consacrato nell’anno 1900 emerge sulla struttura del centro abitato la mole del tempio, di linee bramantesche, del Sacro Cuore, con aula a navata unica ma sovraccarica di decori liberty, con presenza di sculture policrome e stucchi vistosi. Interessante  tra le altre opere d’arte la tela della Nascita del Battista di Mattia Preti (sec XVII).

Categories: Itinerari

Triora

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È uno dei tre paesi della provincia di Imperia iscritto nell’elenco de “I Borghi più belli d’Italia”, titolo istituito nel 2001 per iniziativa della Consulta del Turismo dell’ANCI con lo scopo di valorizzare il fascino dei borghi minori della Penisola, che con la loro storia e le loro tradizioni concorrono a fare grande il nostro Paese.

Triora, antica sede della Podesteria genovese con funzioni di controllo della parte alta della Valle Argentina e delle strade per il Piemonte, grazie alla sua formidabile posizione strategica, oggi si caratterizza per il suo compatto centro storico che conserva importanti vestigia del suo glorioso passato. Recentemente ha visto aumentare la sua fama grazie alla riscoperta di un celebre processo per stregoneria che vi si svolse nel 1588 e che si concluse con la condanna al rogo di alcune donne.

Chiesa collegiata dell’Assunta

Sorta probabilmente su un antico luogo di culto pagano, fu costruita in origine in stile romanico a tre navate, subendo nel tempo varie trasformazioni sino ad assumere l’aspetto attuale nel XVIII secolo. Conserva al suo interno pregevoli opere d’arte a testimonianza delle sue vicende storiche e del suo antico prestigio a cominciare dal Crocifisso del primo decennio del Quattrocento e proseguendo con alcune tavole medievali come quella del Battesimo di Cristo del senese Taddeo di Bartolo datata 1397, il San Giacomo di scuola provenzale e il Compianto sul Cristo Morto di autore piemontese del XV secolo. La chiesa contiene anche la tela di Luca Cambiaso dei Santi Paolo Eremita e Antonio Abate e quella dell’Assunta di Lorenzo Gastaldi del 1680. Notevole pure un quattrocentesco Crocifisso confraternale dall’espressione di intensa sofferenza e una tavoletta lignea con il trigramma intagliato che pare, come vuole la tradizione, sia stato lasciato a Triora direttamente da San Bernardino da Siena nel 1418 in occasione di una sua predicazione in valle. Le volte della navata e del presbiterio sono opera di Siro Orsi del 1849, dipinte secondo modelli neoclassici.

Oratorio di San Giovanni Battista

Destinato alla omonima Confraternita è ubicato sulla piazza della collegiata ed è ornato in facciata da un portale datato 1694. Al suo interno è stato ricavato un piccolo museo che raccoglie numerose opere d’arte provenienti da chiese soppresse o isolate del territorio. Tra queste sono degne di menzione: la grande macchina d’altare in legno scolpito del Borgogno, e indorato dal Vaccaro nel 1690, che reca al centro una tela di Lorenzo Gastaldi con l’Imposizione del Nome al Battista (1682); la tavola con la Vergine con il Bambino e i Santi Domenico e Vincenzo Ferrer, già attribuita a Luca Cambiaso ma riportata al Gastaldi padre, che sarebbe anche l’esecutore del quadro della Trinità e le Sante Agnese e Caterina; quindi la statua lignea del Battista forse di produzione piemontese del XVII secolo. Altre opere provenienti da chiese soppresse o poco sicure di Triora sono la tavola tardo quattrocentesca di San Nicola da Tolentino, proveniente da Sant’Agostino, e l’Estasi di San Francesco dalla chiesa omonima. 

Chiesa di San Dalmazzo

Sorge nella parte alta del paese in quello che fu il nucleo originario dell’antico castello dei Ventimiglia essendone forse la chiesa interna. L’aspetto attuale non conserva più nulla di quello originario.

Chiesa di Sant’Agostino

Risale al 1615 e possiede un campanile con terminazione a bulbo in mattonelle di cotto. In posizione attigua, trasformato in abitazione privata, sorge il convento già tenuto dai monaci agostiniani. La chiesa ad aula unica, con quattro altari oltre al maggiore, conserva ancora il coro con due stalli finemente intagliati mentre le opere d’arte sono ricoverate nell’Oratorio di San Giovanni Battista. Interessante la facciata che presenta ancora la decorazione originaria ad affresco con le immagini dei Santi Nicola da Tolentino, Agostino e Monica.

Chiesa di Santa Caterina

Sorge a circa un chilometro fuori dal centro storico ed è un edificio trecentesco ormai ridotto a rudere di cui si conservano parte dei muri perimetrali e la facciata con il portale in pietra nera che reca un’importante epigrafe in caratteri gotici datata 1390.

Chiesa di San Bernardino

Ubicata in posizione discosta dal paese in un luogo denso di suggestione la cappella risale probabilmente, nella sua costruzione originaria, al XII secolo, mentre il suo aspetto attuale è di tipo quattrocentesco, pur con trasformazioni successive. L’interno mostra ancora notevoli dipinti murali, come quelli dell’abside datati 21 luglio 1466, quindi il Giudizio Universale della fine del XV secolo sulla parete destra, mentre le scene della Passione di Cristo, con la grande Crocifissione della controfacciata, sono di ignoto pittore di primo Cinquecento.

Castelli

Triora grazie alla sua formidabile posizione era dotata di più castelli, come quello di San Dalmazzo, oppure quello detto più propriamente “castello” del XII-XIII secolo con torre circolare ancora visibile, e infine il “fortino” genovese trasformato nell’attuale cimitero.

La “Cabotina”

Conosciuta come la “casa delle streghe” in quanto ritenuta nei secoli scorsi luogo di convegno delle maliarde ma che, in realtà, potrebbe essere un’opera di difesa intermedia del versante orientale del borgo.

Il Museo Etnografico e della Stregoneria, raccoglie oggetti antichi che tracciano il ciclo della vita contadina nei vari aspetti, trattando anche, in chiave locale, di alcuni mestieri come mulattieri, falegnami e panettieri; vengono anche illustrati il ciclo del castagno, con tutti gli attrezzi per la raccolta e l’essiccazione, e quello del latte. Una sezione particolare tratta della stregoneria con le riproduzioni dei documenti relativi agli interrogatori delle streghe e con la rappresentazione dei supplizi inflitti con l’ausilio di manichini. Interessante è anche la sezione archeologica con l’esposizione dei ritrovamenti dell’alta valle databili tra il Neolitico (3800-3000 a.C.) e l’Età del Ferro

Triora possiede anche un consistente numero di fontane medievali, ancora abbastanza conservate nella loro forma originaria, che alimentavano il borgo murato per le esigenze sia alimentari che difensive.

A nord di Triora la valle si restringe mentre il paesaggio muta assumendo un’immagine tipicamente alpina caratterizzata dalla presenza di alte cime rocciose e pascoli in quota, gole profonde scavate dalle acque impetuose che nascono dal monte Saccarello. Il cambiamento avviene nei pressi della piccola chiesa tardo seicentesca, ma già attestata nel XV secolo, della Madonna di Loreto, sovrastante il minuscolo borgo omonimo, nei pressi del quale si sono avuti ritrovamenti di insediamenti preistorici. Qui passava il sentiero che, scendendo ripidamente verso il fiume, permetteva, oltrepassando il medievale ponte della Mauta, di risalire sulla sponda opposta per dirigersi verso il Carmo Langan, crocevia di antichi di percorsi dimenticati. Nei decenni scorsi è stato invece costruito un ponte che unisce i due lati della valle, ardita opera di ingegneria moderna, da cui si gode una vertiginosa vista sulla valle e dal quale si pratica da tempo il pericoloso sport del bungee jumping.

La strada carrozzabile, realizzata solo nel secondo dopoguerra, si inoltra nella stretta valle che, attraversando i borghi a forte caratterizzazione rurale di Bregalla e Creppo, conduce ai due centri abitati di Realdo e Verdeggia, per secoli avamposti di confine tra i domini dei Savoia e la Repubblica di Genova, separati solo dal torrente ma accomunati dall’idioma (il brigasco), singolare impasto dialettale di ligure arcaico, piemontese e occitano, nonché dalle tradizioni, dalle attività economiche e dalla gastronomia. Realdo, antico centro pastorale dipendente da Briga Marittima da cui fu staccato nel 1947 con il passaggio dell’alta valle Roia alla Francia, si caratterizza sia dal punto di vista paesaggistico, in quanto edificato su uno sperone roccioso a picco sulla valle, che per il repertorio di architettura alpina ancora intatto e di eccezionale valore in ambito ligure, cui si aggiunge la piccola chiesa con campanile cuspidato, dove si conserva l’ancona con la Madonna col Bambino e Santi, opera di Lorenzo Gastaldi (seconda metà del XVII secolo). Seguendo la strada cosiddetta dell’Amicizia, costruita in epoca recente per un gemellaggio tra il comune ora francese de La Brigue (Briga Marittima) e di Triora cui Realdo ora appartiene, si giunge a Borniga, piccolo ma suggestivo villaggio un tempo abitato da pastori e contadini, posto alla quota di 1300 metri. Da qui si prosegue, in uno scenario emozionante di prati e boschi,  verso il passo di Collardente da cui si discende a Briga, antica capitale della zona, incontrando il santuario di Nostra Signora del Fontan, ove si conservano pregevoli affreschi della seconda metà del XV secolo (Maestro di Lucéram e Giovanni Canavesio).

Verdeggia invece, avamposto triorese a controllo degli itinerari verso i pascoli d’altura, fu sempre genovese e la sua struttura urbana rivela chiare origini viarie essendo allineata lungo la strada di crinale. La piccola chiesetta è situata al centro di un’architettura di tipo alpino che, come la vicina Realdo, si rivela nelle rustiche case con i lunghi ballatoi, dalle caratteristiche ringhiere in legno, appoggiati su grandi mensole di pietra intagliata.

Tra le specialità di Triora, ma anche di Realdo e Verdeggia, si citano il fragrante pane integrale, di forma tonda che viene cotto nella crusca, la caratteristica torta di patate e quindi le gustose tome di formaggio e il brusso (crema di formaggio derivato dalla fermentazione della ricotta). I vari tipi di formaggio vengono ottenuti dalla lavorazione del latte fornito dalla “pecora brigasca”, una razza ovina autoctona, particolarmente robusta e resistente al freddo, che in passato veniva sfruttata anche per la produzione della lana.

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Molini di Triora

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Sorto in funzione di punto di incrocio della viabilità storica dell’alta Valle Argentina, divenne importante, tanto da assumerne la denominazione, per la presenza di numerosi mulini ad acqua adibiti alla macinazione del grano o alla frangitura delle olive, grazie alla convergenza di ben tre corsi d’acqua. La sua storia ha seguito nel tempo le vicende di Triora sino al 1903 quando conquistò l’autonomia amministrativa e vide giungere la strada carrozzabile. La chiesa di San Lorenzo è stata edificata nel 1484, come testimonia il portale conservato in facciata, e subendo nel XVIII secolo la trasformazione in forme barocche pur mantenendo il campanile medievale a cuspide. Notevoli al suo interno i dorati altari in legno scolpito, opera di Giovanni Battista Borgogno detto il Buscaglia di Triora, che inquadrano la tela delle Anime Purganti di Lorenzo Gastaldi (seconda metà del Seicento) o la statua dell’Annunciazione sempre dello scultore triorese; vi si conservano pure la pala della Madonna col Bambino tra i Santi Giovanni Evangelista e Caterina d’Alessandria di Battista Gastaldi del 1605 proveniente dalla Montà e il polittico della Maddalena e santi di Emanuele Maccario del 1550.

Notevole per antichità è la soprastante chiesa della Montà, posta sull’antica strada per Triora, che pur rimaneggiata in epoca barocca conserva al suo interno pregevoli affreschi con la Crocifissione e un finto polittico dipinto sulla parete, opera di Antonio da Monteregale firmati e datati 1435.

Sugli itinerari di comunicazione con le valli Impero e Arroscia, con funzione sia di presidio che di sfruttamento delle risorse del territorio, sono posti i borghi di Andagna e Corte. Il primo conserva un abitato abbastanza esteso di impronta prettamente rurale stretto intorno alla barocca parrocchiale che conserva la suo interno la quattrocentesca Annunciazione, pannello superstite di un polittico in parte disperso, e opera del Maestro di Lucéram, oltre ad alcune tele da ascriversi ai Gastaldi, pittori trioresi del XVII secolo, inquadrate in sontuose e coeve cornici lignee di intagliatore ponentino. All’ingresso del borgo sorge anche il grande oratorio di San Martino, ormai pericolante, ricostruito nel XVII secolo sul sito di un precedente edificio medievale come attestano il portale e i resti di colonne e capitelli che lo decorano. Grande interesse si riscontra anche nelle due cappelle, in posizione discosta dal paese, di San Bernardo, che conserva un grande ciclo murale quattrocentesco, e quella di San Rocco dove sono emersi recentemente alcuni affreschi di Pietro Guido da Ranzo, artista cinquecentesco della vicina valle Arroscia.

Anche Corte ha un’impronta montana con le sue suggestive case in pietra e i caratteristici carruggi convergenti sulla chiesa parrocchiale seicentesca, ricolma di opere d’arte coeve. In posizione discosta dal borgo si trova il santuario di Nostra Signora della Consolazione, detta anche del “Caistreo”, meta di grande devozione popolare dove si conservano opere d’arte di pittori locali del XVII secolo. Si ricordano anche le piccole borgate di Glori, Agaggio, Aigovo, Gavano e Perallo, tutte poste, come sentinelle, sui percorsi  verso le valli circostanti e che conservano ancora quasi intatta la loro struttura medievale.

Specialità del luogo sono le lumache, cucinate secondo una ricetta tradizionale locale, e il pane di farina integrale. La borgata di Agaggio è invece nota per la coltivazione della lavanda e per i prodotti derivati dalla sua distillazione.

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Carpasio

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A Carpasio si giunge tramite bella strada che si snoda tra boschi di ulivi e di alto fusto, tra pascoli di alta quota e laghetti e cascate, sino a giungere sul crinale (dove passava la preistorica Via Marenca degli antichi liguri) che offre vasti panorami di straordinario valore paesaggistico che spaziano sulle valli imperiesi, dalle Alpi Marittime al mare, nonché uno spettacolare esempio di antropizzazione del territorio con le sue fasce con muri a secco e le caratteristiche “caselle”, ripari in pietra di forma circolare con copertura a volta. Il borgo si presenta con le sue case in pietra, le sue viuzze e i suoi archivolti, offrendo un’affascinante esempio di architettura di montagna con i tetti in “ciappe” di pietra, notevole esempio di un’ancestrale tecnica costruttiva. Il paese appartenne in origine ai Conti di Ventimiglia, passando poi, nel 1455, ai Lascaris di Tenda per approdare un secolo più tardi tra i domini di Casa Savoia di cui seguì le sorti sino all’Unità d’Italia. La parrocchiale di Sant’Antonino martire, dal particolare campanile medievale a torre, è un edificio ad aula unica in stile tardobarocco che contiene alcune interessanti tele di pittori locali, mentre sulla piazza antistante si notano i resti della primitiva chiesa e l’oratorio, che presenta in facciata un bassorilievo con la scena dell’Annunciazione; infine a poca distanza dal paese sorge il santuario della “Madonna di Ciazima”. Carpasio durante l’ultima Guerra Mondiale fece da scenario alla cruenta battaglia di Monte Grande tra truppe tedesche e partigiani che ha segnato in maniera indelebile la gente del luogo che ha voluto ricordare i fatti nell’interessante Museo della Resistenza, in frazione Costa, ubicato in un antica casa contadina in pietra.

Specialità di Carpasio è il “pan d’ordiu”, pane a base di orzo, che si consuma ammorbidito in acqua e quindi condito con aglio, pomodoro e acciughe.

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Badalucco

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La frequentazione della zona è già attestata in epoca preistorica, tra Neolitico ed età del Bronzo, come testimoniano i ritrovamenti della Tana Bertrand, antro alle pendici del Monte Faudo, che consistono in manufatti litici e ossei lavorati. Al paese si giunge dopo aver superato la rocca di Campo Marzio, dove si ammirano, oltre a quelli di una chiesetta, i resti del castello di San Giorgio, antico fortilizio costruito nel VII secolo d. C. dai Bizantini come bastione della linea difensiva contro i Longobardi provenienti da nord. Badalucco ha antiche origini feudali favorite dalla posizione strategica di sbarramento della valle e fu possesso dei Conti di Ventimiglia sino al 1260 quando passerà alla Repubblica di Genova. Gli itinerari tra la montagna e il mare erano controllati grazie al castello che era ubicato presso la seicentesca chiesetta di San Nicola, sul sito di un antico tempio forse dedicato alla dea Diana. Il borgo era racchiuso da una cinta muraria con cinque varchi ed era attraversato dalla strada che risaliva la valle e che univa la porta di Santa Lucia, prospiciente il ponte in pietra a due arcate ubicato presso l’omonima cappella porticata (1606), con quella situata a monte dove la via scavalcava il fiume tramite gli splendidi tre archi nei pressi della cappella della Madonna degli Angeli. All’interno del paese emergono resti di antichi edifici come colonne e capitelli di origine medievale, ma anche la loggia del palazzo Boeri edificata tra il XVI e il XVII secolo. Interessante la grandiosa parrocchiale dell’Assunta e San Giorgio ricostruita negli anni 1682-1691, ad opera dell’architetto Giovanni Battista Oreggia di Prelà, con ricca facciata del 1834 ma che reimpiega il portale del 1556 della chiesa precedente. L’edificio sacro si presenta ad aula unica con l’altare maggiore decorato dal gruppo marmoreo dei due angeli, che per tradizione locale si fa risalire al Bernini, mentre è opera di Gio Andrea Manni (1697) acquistata nel 1728, mentre la tela dell’Assunta dell’abside è di artista napoletano di fine Seicento. Altre opere rimarchevoli sono la pala della Madonna del Rosario, di artista genovese acquisita nel 1645; la tela della Madonna del Carmine e Santi di Giacomo Rodi (secondo quarto del XVII); quindi l’ancona della Vergine con il Bambino e i Santi Anna, Giacomo e Filippo che è firmata da Bartolomeo Niggi da Porto Maurizio e datata 1618. Di grande rilievo sono i numerosi reliquiari raffiguranti busti di santi in legno scolpito e dorato, realizzati dallo scultore triorese Gio Batta Borgogno tra 1695 e 1701; ancora le numerose opere d’arte di artisti locali del XVII e XVIII secolo, come quella dell’Ascensione di Giuseppe Massa del 1726, o quella della Immacolata con i Santi Isidoro e Rocco riferibile al triorese Battista Gastaldi (terzo-quarto decennio del XVII); due tavole di Francesco Brea con i Santi Francesco e Giovanni Battista (prima metà del XVI secolo) e le tele con storie della Vergine di Maurizio Carrega (fine XVIII). Ai margini dell’abitato sorge il barocco oratorio della Madonna della Misericordia, ricostruito tra 1701 e 1728 (facciata del 1791), di complessa decorazione a stucco ascrivibile alla bottega di Vincenzo Adami, mentre l’affresco con la Gloria di Dio Padre è di Maurizio Carrega (ultimo quarto XVIII); infine risale al Cinquecento il santuario della Madonna della Neve ubicato in posizione panoramica sul monte Carmo, a dominio della valle Oxentina, e che fu costruito grazie al miracolo occorso ad un cieco che riacquisì la vista per intercessione della Vergine. L’oratorio dei Disciplinanti delle Stimmate di San Francesco, ricostruito nel 1646 e decorato da Gio Paolo Marvaldi che nel 1705 plasma le statue in facciata, conserva la tela del Crocifisso con i Santi Francesco e Giovanni Evangelista di Battista Gastaldi del 1646.

A Badalucco è ancora viva la tradizionale costruzione di pipe in radica di erica arborea, raccolta in valle, come pure la coltivazione, plurisecolare, del tipico fagiolo bianco, detto “rundin”, morbido e delicato, divenuto presidio Slow Food, mentre, infine, ha assunto grande notorietà la sagra dello stoccafisso alla “baucogna”, cucinato secondo una ricetta tradizionale. In questi ultimi anni Badalucco si è affermato anche come centro d’arte per la presenza in paese di numerosi atelier di scultura, ceramica e murales.

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